ESTETICA O ESTETISMO?

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E’ stato scritto che l’arte ha il compito di risvegliare il senso della realtà, di farne scorgere gli aspetti inconsueti o nascosti, di sollevare i veli da cui essa viene coperta nel linguaggio e nella vita d’ogni giorno. Supposta vera tale affermazione, se ne potrebbe dedurre che l’arte esclude, di per sé, l’introversione. L’artista non dovrebbe sincerarsi nel proprio “Santuario Interiore” per celebrarvi i propri riti, le proprie esperienze estetiche, quasi ad autoinseminarsi e partorire, per se stesso, opere da godere o completare in assoluto isolamento. Questa è una delle idee forza delle Neoalluminismo fondate dall’artista senese Luciano Bichi, Cavaliere della Repubblica per meriti artistici. A differenza di molti artisti o, meglio, pittori, che ritengono di non avere alcun dovere verso la collettività, Bichi avverte fortemente l’urgenza di trasmettere, magari con una sua estetica che non decade mai nell’estetismo gratuito, il dovere di comunicare messaggi atti ad elevare l’attuale generazione e quell’avvenire. La sua preoccupazione, per l’aspetto estetico delle sue opere, tiene conto di molti altri aspetti che verremo ad elencare nel corso di questo volume. E non si tratta d’aspetti unicamente pittorici e visivi, ma anche sociali, culturali, morali, politici e religiosi. Più volte Luciano Bichi ha discusso, all’interno del suo movimento, la questione estetica, cercando di inserirla in una concezione globale. E si è compreso, in sintonia con il critico d’arte Daniel Buren, che molto difficile determinare, a priori, i criteri della bellezza di un’opera d’arte. Forse, perché si può dedurre solo a posteriori, registrando gli effetti che certe opere hanno in un pubblico allargato e consapevole? È probabile. La bellezza, l’estetica di un quadro può scaturire al termine della fatica compositiva, dove colore, disegno, ispirazione, luce, essenzialità e forma fanno esplodere l’evento nell’animo e negli occhi di chi lo contempla. In effetti, la bellezza non sta, forse, nell’oggetto ma nel sentimento di chi guarda, ma non è per niente sicuro che ciò accada nella maggior parte dei casi. Persino i grandi della storia dell’arte, come Michelangelo e Raffaello, ai quali fa continuo riferimento Luciano Bichi, potrebbero, oggi, non piacere ad alcuni. Potrebbero credere allora, che sia bella una cosa solo perché ci piace? Eppure ciò che è bello è diverso da quello che ci piace. Infatti, un piatto di spaghetti può piacerci eppure non pensiamo di attribuirli un giudizio estetico di bellezza. Pertanto, si può affermare che un opera d’arte debba possedere in alto grado anche il requisito della bellezza? All’interno del Movimento Neoalluministico si nutrono seri dubbi. Altro è accorgersi, come dice Daniel Buren, di certi effetti che potrebbero avere a che fare con la bellezza, quando il lavoro è compiuto. Quando, invece, si produce il fenomeno della bellezza, per fortuna, se non per miracolo, “Rifletto – dice Buren – se questo fenomeno non venga per caso a disturbare il lavoro, nel senso che esso possa nascondere qualcosa di più importante, ad esempio certi contenuti, il disegno e la forza”. Il Neoalluminismo sostiene che una certa dose, una certa qualità estetica, può costituire, in opportuno dosaggio, un valido e sincero richiamo sui valori più importanti dell’opera. E, parimenti, considera errore quello di voler stupire ad ogni costo. La vera eleganza, infatti, come la vera bellezza, non dovrebbe notarsi eccessivamente. Spesso un estetismo esacerbato nasconde vuoti contenutistici e formali. I grandi pittori impressionisti francesi, che tuttavia il maestro Bichi considera con pesante riserve, non hanno curato l’estetica delle loro opere quanto la soluzione visiva e mutevole del colore nelle varie ore del giorno ed in varie circostanze atmosferiche. Più che all’estetismo essi mirarono (cito, fra i tanti, Monet e Cézanne) alla realizzazione pittorica del rapporto luce – colore, in composizioni che riflettono la nuova inquadratura di tipo fotografico. Un soggettivismo che punta più sull’apparire che sull’essere, motiva le suddette riserve del maestro Bichi, il quale propende soprattutto per l’oggettività e la comprensione dialogica di forme e contenuti. Il progressivo sfaldamento delle forme ha portato con sé, secondo il Bichi, lo sfaldamento dei contenuti e dei valori, consegnati a labili e smemorati archivi e scarsamente incidenti su società e coscienze pubbliche e private. Presentazione del “Neo-Alluminismo di Luciano Bichi” di Marco Bussagli, ordinario di Storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Perché Neo-Alluminismo? In francese enluminer vuol dire “miniare”, così come in inglese “to illuminato”assume il medesimo significato, anche se il verbo della lingua di Shakespeare può voler dire pure “illuminare, rendere luminoso”. In entrambi i casi, il termine racchiude in sé il senso di “portare luce la dove è buio”. La radice delle due parole, infatti, è quella latina di lumen. Anche in italiano “alluminare”è sinonimo di “miniare”, come se il dipingere portasse luce sul largo foglio di pergamena altrimenti abbuiato dal nero dell’inchiostro delle lettere del testo. Bene perciò ha fatto Giampaolo Thorel a parlare di “alluminismo “. Ma perché neo? In realtà, tutta la pittura è “alluminista”, non soltanto la miniatura. Le figure d’uri e i buoi che campeggiavano agli albori dell’umanità sulle grotte di Lascauk, oppure le grandi svecchiature dipinte nella cappella Brancacci a Firenze, dovute alla mano di Masolino e Masaccio o, la lunga galleria di Fontainebleau affrescata dai manieristi fiorentini, sono tutti luoghi nei quali la pittura ha portato la luce nel racconto, della leggenda o del mito. L’arte ha reso viva la sorda parete che la ospitava. Si sono allora aperti spazi infiniti, paesaggi, rappresentate scene, vedute, divinità e la materia del muro si è dissolta dinanzi alla “luce” della creatività. Quando, però, s’inventa una tecnica completamente nuova che, sì, rimane pittura ma che poi pittura non è, allora è perfettamente giustificato parlare di “Neo-Alluminismo”. Con Luciano Bichi la pittura è giunta ad un punto cruciale. E’, infatti, l’artista che ha raccolto per le strade e nello sguardo la storia artistica di una lontana tradizione, quella di Simone che “pittore sapeva ben essere pure miniatore”, reinventando il modo di dipingere. Potrà piacere o no, potrà essere più o meno vicino alle corde di ciascuno, ma è innegabile che la pittura di Luciano Bichi su fogli d’alluminio lucente è l’evoluzione linguistica, metaforica e artistica dell’”alluminare di Simone Martini” e di tutti coloro che, con il dipingere, hanno “portato luce” sull’opacità della materia. Nel libro di Thorel (che deve essere stampato) che ho il piacere di presentare c’è la tremula descrizione della scoperta dell’artista. Una scoperta, come spesso accade, avvenuta per caso quando non si sa come né perché, Bichi si trova a sfregare una lastra d’alluminio con una pelle di daino. I suoi occhi dovettero riempirsi di meraviglia quando si accorse che questo sfregare non solo lasciava delle tracce, ma che queste potevano ben essere guidate e indirizzate per creare la “luce delle immagini”. Bichi si dette allora a perfezionare la tecnica e nacque così il “Neo-Alluminismo”. Adesso le opere di Bichi hanno la profondità, il volume e la compattezza delle figure monumentali pur mantenendo quell’evanescenza e quel lucore che dipendono dall’impiego di materiali moderni come l’alluminio e antichi come la pelle di daino. Si potrebbe quasi dire, seguendo il nostro ideale percorso, che la forza primitiva del daino (che rammenta i riti delle grotte di Lascaux o d’Altamira) si è sposata felicemente all’alluminio con il quale si costruiscono aerei, automobili, navi e, in parte, navette spaziali: ovverosia quegli oggetti che hanno caratterizzato il secolo breve. Va da sé, però, che la semplice scoperta di una tecnica, per quanto complicata (cui è stato attribuito il nome pseudo- scientifico di “Fusione-Ottica”) non potesse avere altro che una portata tecnica. Luciano Bichi, invece, ha colto l’occasione per tentare un ripensamento del ruolo dell’arte come cordone di riferimento per una società che non di rado sbanda fra un eccesso e l’altro, tormentata com’è dalle contraddizioni che vive quotidianamente. Il “Neo-Alluminismo” si propone di costruire un momento di pausa e di riflessione in un mondo che si muove sempre più freneticamente, e che non di rado, perciò, ha perso la visione delle cose. Quella che il “Neo- Alluminismo” vuol restituire: non più solo guardare ma vedere. Prof. Marco Bussagli.

CAPITOLO PRIMO IL MEMORIALE DI LUCIANO BICHI In circa dodici pagine, uso bollo, manoscritte in data 17 Maggio 1994, Luciano Bichi ha spiegato e, poi, commentato la sua tecnica della “Fusione Ottica”, unitamente ai contenuti del Neoalluminismo da lui stesso fondato. Ed ecco il testo integrale: “La “Fusione Ottica” è una tecnica nata per esplicare l’arte visiva. Io, Luciano Bichi, lo scoperta nel settembre 1989. Il nome di “Fusione Ottica” è stato attribuito da me e dal critico d’arte Gilberto Magioni, a seguito di uno scambio telefonico. Più tardi si seppe che in Francia, ed anche in Italia, circolavano cose simili alle mie, ma mi confermai, soprattutto per l’uso del colore, dell’originalità della “Fusione Ottica”. Molte testimonianze, sia scritte sia parlate su giornali e mas-smedia locali e nazionali, alcuni dei quali possono essere consultati in appendice, mi hanno confermato su quanto o affermato e sostengo a buon diritto. Tengo, comunque, a precisare che fin dall’inizio ho optato per veicolare con questa tecnica dei valori positivi. E, cioè, l’uso del moderno alluminio, che viene adoprato ampiamente nella tecnologia, mi è servito per recuperare anche il passato e per poter così invitare la generazione presente a ritrovare i valori umani e morali indispensabile al buon vivere civile. Un invito singolare, perciò, a tornare alla retta via, mettendo da parte la malignità, l’ipocrisia, la menzogna, la diffidenza, gli scetticismi, gli egoismi, la piaggeria, gli immobilismi, la gelosia ed altro ancora. Andando oltre, desidero notare che nel 1992 ho deciso di tracciare una linea di demarcazione tra valore artistico e relativa tecnica estetica, perciò la tecnica continuò a chiamarsi “Fusione Ottica”, mentre i valori artistici assunsero il nome – nicchia di “Neoalluminismo”. Nome concordato da me stesso con il professor Giampaolo Thorel”. Una nuova corrente che tende a veicolare, oltre alla filosofia della “Fusione Ottica” anche quella dell’intuizione creatrice per far crescere le scoperte a scopo scientifico e umanitario. Tale movimento è stato reso pubblico durante una festa da me organizzata nel mio studio, sito in Ville di Corsano (località Corsanello), in data 7 novembre 1992. A tale Convivio parteciparono trentaquattro persone, tra le quale il professor Giampaolo Thorel, il Prefetto Dottor Vittorio Stelo (attuale capo del Sisde) e personalità nel campo della libera professione, nel settore del giornalismo, della cultura, etc.. In tale circostanza, il professor Thorel, dietro un mio invito, prese la parola e presentò al pubblico ivi convenuto il “Neoalluminismo”. N’emerse un quadro secondo cui l’arte deve procedere secondo verità, evitando ogni manipolazione com’è purtroppo accaduto dopo la fine dell’Ottocento. L’artista, secondo Thorel ed anche secondo me, deve usare la propria potenzialità intuitiva per elevare moralmente, materialmente e spiritualmente la generazione presente e quella futura, consentendo l’arricchimento dello spirito e dell’intelletto per una perfezione integrale e globale della propria generazione. In caso contrario, si permane al più nei canoni dell’estetica passionale. Pertanto, desidero tracciare queste righe a mo’ di proclama.

LA FUSIONE OTTICA La “Fusione Ottica” è una tecnica nata per esplicare l’arte visiva. Il Bichi è colui che, per primo al mondo, l’ha progettata ed attuata (nel Settembre 1989) per poi supportarla con colori tenui e trasparenti, ma anche immaginari, quelli provenienti dalla luce. Questo nome, (“Fusione Ottica”) fu stabilito in una conversazione telefonica col critico d’arte Gilberto Madioni. La novità suscitò scalpore e provocò delle gelosie. Alcuni pittori aretini, tramite un giornale di Siena (che si prestò miseramente), pubblicarono un articolo distorto contro questa novità, ma il tutto si risolse per via di un documento, che lo stesso Bichi aveva depositato anni prima da un notaio di Siena.

LA NOVITA ’ TECNICA In questo caso la lastra d’alluminio occupa il posto della tradizionale tela, gli abrasivi e gli aerografi sostituiscono i pennelli, i colori sono, al più, quelli dell’immaginazione, ma questo è un concetto difficile, che spiegherò oltre. La lastra d’alluminio è lavorata integralmente a mano; i risultati delle figure si raggiungono tramite le spuliture; se si vogliono raggiungere i lumi, le ombre e le tridimensionalità dei soggetti si devono calcolare le provenienze dell’illuminazione: se si struscia in verticale e le luci sono poste di fronte all’opera si otterranno le ombre, viceversa se la luce proviene dal lato.

EX PETRA FLOREAT POPULUS L’invenzione della “Fusione Ottica” nella ricerca del “To-Prépon”, aiutò moltissimo il Bichi, il quale, nell’esecuzione artistica, riusciva ad estraniarsi dalla sua persona per abitare i soggetti, che si era preposto di realizzare. L’artista, nell’operare riferendosi alle divinità, per farle vivere di luce e non di materia, senza infrangere la linea di separazione che esiste fra il mondo del sensibile e quello immateriale, non doveva provocare le incisioni e neppure praticare la tecnica dello sbalzo, anche se il risultato finale doveva apparire scultoreo, tridimensionale e palpabile. L’aspetto nuovo e magico, di queste opere, era che le figure si formavano diversamente, (in modi molteplici) si materializzavano attingendo dalla presenza fisica, dagli animi degli utilizzatori e delle loro posizioni. I colori, apparentemente inesistenti, appartenevano alla luce del “Logos”, che glieli rifletteva in una sorta d’infinita riflessione, secondo il punto di vista di vedute e stati d’animo. In un’esposizione alla SS. Annunziata, a Siena, nel libro delle firme, dove ogni visitatore scriveva le sue impressioni, si trovarono scritte tali testuali parole: “Sono entrato per visitare questa mostra da ateo, ma di fronte alla Crocifissione del Bichi esco sbalorditamene credente”.

IL “LOGOS” DEL NEOALLUMINISMO Normalmente, dopo la nascita di un Movimento, emerge quasi la necessità di individuare un “logos” che ne richiami simbolicamente i contenuti e le finalità e che, in certa misura, costituisca una sorta di “motore causale” per coloro che vi aderiscono operativamente. Anche per il Neoalluminismo si è seguita la stessa dinamica. Dopo l’individuazione delle finalità operative, si è pensato ad un motto significativo che cogliesse linee essenziali e che avesse efficacia ed essenzialità. Ed ecco il “logos”: “De petra floreat populus”. L’immagine icastica che viene riprodotta in sequenza lascia intendere il significato racchiuso, seppure con qualche venatura ermetica. La pietra, cui fa riferimento il “logos”, corrisponde ad un assembramento eterogeneo di gente che può essere definito “folla”, con tutto il suo carico d’irrazionalità, d’emotività, manipolabilità, passività. Un tale assembramento non è in grado di produrre cambiamenti significativi, incidere positivamente sull’evoluzione storica, innovare o creare a servizio della collettività. Il “logos”, di cui sopra, auspica con forza e con sincera passione la nascita di una realtà nuova, che può dirsi veramente “popolo”: un soggetto unitario seppure variegato in grado di interagire, dialogare, produrre, innovare a beneficio della collettività e a sua autentica elevazione umana, morale, sociale e, perché no? anche religiosa. “De petra floreat populus”. Ecco il sincero auspicio che sta a cuore del Neoalluminismo e che dovrebbe stare in cuore d’ogni vero artista, a qualunque professione appartenga. Tale “logos” ha, poi, prodotto, in artisti dell’arte musicale, il desiderio di tradurre musicalmente i significati in esso racchiusi, in modo da poter costituire degli spartiti da affidare a professionisti impegnati in tourné teatrali. Evento che si è realizzato puntualmente in varie città italiane, con una sorta di teatro popolare itinerante, di cui diamo testimonianza, qui sotto, con il CD allegato al presente volume. QUELLO CHE AVVENNE Queste opere furono, nel loro insieme, tridimensionali ed eteree, prendevano forma nel buio tramite dei piccolissimi bagliori di luce. Una sorta di tenue colorazione trasportava gli animi della gente nella trascendenza, erano in linea col pensiero assommato alla riflessione del Bichi, che diceva dell’uomo legato dai cinque sensi, riverso al materialismo, non in grado di raggiungere in modo comprensibile il concetto della Divinità. “L’uomo, come queste mie opere, per esistere contemporaneamente nelle due dimensioni, ha bisogno di essere illuminato da una luce particolare, e quando riesce a raggiungere la conoscenza supportata dalla coscienza, è colto da un certo tipo di luce, quella del Logos, identicamente vale anche per i miei quadri, che hanno il compito di riflettere questo tipo luce all’umanità”. L’Alluminismo è nato per ridare decoro all’arte tramite le illuminazioni delle coscienze, allo scopo di rendere chiaro il concetto espresso dalle forme buone, che esistono al di qua e aldilà della linea di demarcazione, di unirle fra se per farle divenire unica cosa. LE DIFFICOLTA’ Dopo infinite prove tecniche ed introspezioni d’ogni genere, il Bichi si rese conto delle difficoltà che avrebbe incontrato andando contro la società dei consumi. Molte volte fu tentato di abbandonare l’idea di ri-portare la verità nell’arte, ma non si fermò neppure un momento nelle sue esternazioni. Continuò con tenacia nelle ricerche fisiche e metafisiche. Una delle cose che raccontò, fu biasimata più d’ogni altra. “Gli artisti possono creare opere d’arte soltanto se illuminati dalla luce del Logos, ma queste, non potranno mai appartenere a chi crede d’averle fatte: l’artista è soltanto lo strumento del Padreterno, il quale non paga in denari, ma in dignità, ed il solo encomio che può pretendere, è di ritenersi un prescelto del Padreterno, gli altri “vezzi”, quelli distribuiti ad iosa dalle riviste prezzolate, sponsorizzate dal consumismo di massa, hanno valore relativo e sono fuorvianti e frivole. Per vivere l’artista è costretto a seguire le mode e le leggi di mercato, ma se vuole mantenere la dignità e il suo equilibrio, deve essere consapevole di cos’è l’arte nel più profondo significato della sua parola”.

GLI SCOPI EDUCATIVI DELL’ARTE Di fronte ad un opera d’arte, l’uomo è colto nella propria coscienza, indirizzato verso la via della perfezione, è trasportato verso quei valori indispensabili per la sua crescita. Quando l’arte va in basso, l’uomo ne subisce l’involuzione, la conferma di ciò, è che oggi l’essere umano si trova in un periodo di squilibrio, per colpa della grandissima mancanza d’arte, che si è lasciata gestire dai cattivi insegnamenti accademici e dal consumismo di massa. L’arte (quella vera) nasce dall’“Esteriorità-Oggetto” e non può partorire altro che l’oggettività, mentre ciò che scaturisce semplicisticamente dall’interiorità dell’individuo è relativo a se, è soltanto ciò che esce dalla fantasia e non si può definire arte, ma “Relativismo estetico”. Il “Relativismo estetico” non è biasimato dal Neoalluminismo; il Bichi gli dà valore, semmai; la controversia nasce qualora, questo, è fatto scambiare per arte. Nulla di più. Supportato da queste riflessioni, il Bichi invitò gli artisti ad agire in modo sobrio e sereno, senza cadere nella rete del mercato spicciolo. Gli artisti -dice il Bichi- sanno che nella loro persona esistono molti valori, ma non riescono a trovarli a causa del disorientamento totale causato dal consumismo di massa, il quale ha sancito le leggi di mercato. Le omologazioni hanno distrutto il concetto della bellezza e, per induzione, quello artistico, rendendo l’arte soggettiva, l’hanno falsificata. “Nella realtà, il bell’effettivo ci trasporta verso la riconciliazione tra noi e il nostro gusto estetico, che invece, attualmente, è in lite col nostro buon senso. Il bello ci trascina dentro la nostra sensualità e riesce a riappacificare le nostre infinite personalità che sono in conflitto fra loro. Quando nell’arte s’imbroglia, si usa questa parola a sproposito per compiacersi e per essere compiaciuti, mostriamo la nostra debolezza e la personalità imperfetta, dimostriamo che siamo stati suggeriti da una misurazione estetica soggettiva e azionata dai pettegolezzi, non certamente dall’arte, soffochiamo la nostra coscienza in una sorta d’autoplagio collettivo. Chi riesce ad uscire dal marasma del mercato, dalla confusione prodotta dalle riviste prezzolate e dai vizi delle ipocrisie politiche è già ad un buon punto per lo sviluppo della propria coscienza e può adoperarsi seriamente come artista oggettivo. L’individuo, nell’imperfezione, rappresenta l’esistenza infinita dentro il perpetuo riciclarsi della materia, egli non può essere altro che questa e suo fertilizzante, mentre nella perfezione avrebbe terminato il compito di strumento della natura umana e sarebbe inglobato in un’alta sfera, quella dove non esisterebbero le gestioni sentimentali errate. Il sentimento, quando è legato alle forze materialistiche, è causa di tutti i nostri mali, crea quei conflitti di personalità, che non fanno bene neppure ai bottegai associati o alle società s.r.l., figuriamoci se può essere in grado di diffondere la spiritualità. Consiglio di muovere il sentimento tramite la coscienza e nient’altro. Quello che l’artista vero guadagna, è che di fronte all’operare Oggettivo, la sua coscienza si attiva in modo corretto e questo lo prepara ad affrontare la vita nella bellezza effettiva e lo rende eterno, accorcia la relatività del tempo che c’è fra lui e la perfezione. Tutte le cose della natura, sono gestite in modo perfetto dentro la nostra imperfezione. Queste gestioni, se riescono ad infrangere la sfera oscura che avvolge la nostra coscienza, ci faranno raggiungere l’Armonia Totale: dentro di questa, c’è la verità. Quello che porta danno all’arte, è anche la confusione seminata dalle Accademie, da troppo tempo queste sono rivolte alle leggi di mercato e mettono zizzania fra gli aspiranti artisti e fanno perdere le emozioni a quelli veri. Un invito, dunque, alle Accademie a riflettere e a correggersi intellettualmente, senza entrare in conflitto col Neoalluminismo, ma ritrovando il dialogo, che ci deve essere e ci sarà, se si riuscirà tramite l’arte, a parlare una lingua comune e semplice da capirsi. Nelle cose semplici abita da sempre la grandezza delle situazioni. Le Istituzioni quando decideranno di comunicare al popolo la verità artistica, molto più della metà dei miti costruiti dalle leggi mercantilistiche crolleranno ed i nuovi artisti, con quest’esempio, si daranno da fare per sostenere soprattutto la propria dignità. Ricominceranno dall’inizio, si attiveranno per una nuova costruzione di valori, questa volta attinente al caso arte. Così anche Nietzsche nel “vedere” la ricostruzione artistica oggettiva (per via di quelle macerie, che prima appartenevano agli empi, da lui giustamente e in parte distrutti) sarà sicuramente soddisfatto. Il mondo potrà permettersi di proseguire verso la via della Resurrezione Artistica”.

L’ARTE E IL “NEOALLUMINISMO” L’arte è creare tramite l’intelletto e lo spirito. Noi uomini-artisti siamo gli apprendisti della natura che ci ha dotato di un’intuizione più o meno sviluppata. E’ in errore, perciò, chi si spaccia per artista non essendolo, così pure è in errore l’artista che si dà importanza nei confronti degli altri. Sostengo fermamente che l’artista ha il dovere di elevare la generazione del suo tempo, sia culturalmente sia spiritualmente. Bisogna, per tanto, muoversi dal concetto che l’opera d’arte è solo quella che la natura ci ha dato tramite una forza superiore. Nessun uomo è e non sarà mai in grado di emularla chi la pensa diversamente non può far parte del “Neoalluminismo”. L’estetica è e rimane una grossa componente dell’arte, ma serve esclusivamente ad attirare l’attenzione su di essa per intenderne meglio i contenuti da essa veicolati. È in dubbio che i soggetti rappresentati devono essere limitati nella soggettività, ma non per elusivi motivi di arredamento. Occorre che l’artista eviti la facile ripetitività, sia di cose fatte da altri che di soggetti già eseguiti da se stesso. Al più gli è concesso per inevitabili motivi di sopravvivenza, di utilizzare opere seriali, ripetitive, e impegnarsi in sperimentazioni giocose seppur distanti dal filone della grande ispirazione. Tuttavia, è importante che non ci s’illuda di fare arte basandosi sulle sole forme estetiche. Vorrei, inoltre, ricordare agli artisti di far rivivere propria mente quello che hanno prodotto, in modo da imparare e diventare discepoli delle opere stesse. Ci si accorgerà della trascendenza delle opere d’arte e di quanto nella esse ci superino, perché provengono, in ultima istanza, dal Padre dei Lumi e Sommo Artista dell’Universo. ALCUNI CHIARIMENTI Desidero precisare, per personale esperienza, che l’artista non è sempre ispirato; spesso egli è arido e vuoto. È perciò, da presuntuosi ritenere di saper sfornare continue opere d’arte. Il che spiega la trascendenza dell’ispirazione e dei contenuti che calano dall’alto quando meno ci si aspetta. Per questo le opere d’arte fatte sotto ispirazione superano di gran lunga, per valore interno, quelle prodotte in stato di semplice razionalità estetica. Ed il più delle volte, se ci si pone mente, l’opera ispirata contiene messaggi educativi e di elevazione sia per l’artista, che n’è stato il tramite, che per i fruitori della sua arte. Vorrei, inoltre, soggiungere, rivolgendomi agli artisti, di mettere al bando i “falsi profeti”, i quali s’improvvisano critici d’arte e vili mercanti, facendo circolare manufatti che dell’arte non hanno nemmeno una traccia. Tali “falsi profeti” danneggiano la vera arte e ingenerano confusione perniciosa. Altro chiarimento è questo: è risaputo che esistono e sono esistiti grandi “esecutori” di forme e colori lirici, di musiche travolgenti e di scritture appassionanti, i quali hanno goduto di corale ammirazione in virtù dei messaggi “passionali” che hanno saputo trasmettere. Purtroppo, però, i messaggi passionali possono giungere a plagiare e spingere verso comportamenti irrazionali: verso le guerre, i suicidi, gli omicidi, i tradimenti. Quando l’opera d’arte è sbilanciata, mancando i contenuti di vera elevazione umana, può indurre comportamenti sconvolgenti. Non così avviene se l’arte è autentica e bilanciata. Essa pur non accattivando o conquidendo gli animi all’istante, li raggiunge nel tempo e ha durata perenne. Soggiungo, infine, che l’alluminio da me usato, oltre che dare il carattere di novità, consente per la sua specularità e illuminabilità, di realizzare soggetti eterei e “trascendenti” confinanti con il sacro, ai quali sono riuscito ad imprimere colori essenziali che sono, oltre tutto la grand’originalità della “Fusione Ottica”. http://F.to: Luciano Bichi” CAPITOLO SECONDO I PRINCIPI DEL NEO ALLUMINISMO Il Memoriale di cui sopra è frutto di un’elaborazione culturale e morale conseguente a frequenti e intense discussioni tra gli aderenti al movimento. L’invenzione della “Fusione Ottica” rientra, infatti, nella fattispecie delle tecniche manipolatorie, artigianali e, per quanto importante per la sua originalità, non è l’elemento primario in modo esaustivo. Le forme, le tecniche devono far riferimento a dei contenuti, altrimenti restano chiuse in una torre d’avorio, senza poter veicolare messaggi e senza, perciò, poter incidere positivamente sull’umanità e sulla società contemporanea. In altri termini, la “Fusione Ottica” prende luce e significato dal “Neoalluminismo”. Questo a significare che non ci si adagia negli allori per una nuova scoperta artistica, ma si proietta il tutto su potenziali fruitori i quali hanno diritto, in certa misura, di essere sostenuti esteticamente e moralmente per vivere meglio il proprio impegno civile e umano.

SIGNIFICATO DELLA LUCE Tra gli elementi o principi che il “Neoalluminismo” pone al vertice dei suoi interessi v’è, senz’altro, quel della luminosità, della luce. “Alluminismo” deriva, infatti, da alluminio, in quanto le lastre su cui si tracciano le figure sono di alluminio trattato. Ma significa anche, per assonanza, alluminare, “illuminare”, come hanno fatto antichi monaci amanuensi, e, per traslato, illuminare, con opportuni fasci di luce, artificiale (faretti) o naturale (luce solare), figurazioni ottenute con polvere di diamante. Il significato di luce, che è presente al Movimento, deve intendersi in modo globale, con irradiazioni ed estensioni in ambito artistico, visivo, filosofico, etico, religioso e, persino, mistico. Vi è, ad esempio, una tradizione filosofica, che si collega probabilmente alla religione persiana, che fa della luce una realtà privilegiata di natura incorporea, tramite fra le religioni superiori del mondo e l’uomo. Caratteristiche salienti di questa dottrina sono le seguenti: 1. la luce è una realtà superiore, privilegiata, che è Dio stesso o proviene da lui; 2. la luce è incorporea e fa da tramite fra mondo incorporeo e mondo corporeo; 3. la luce è la forma generale delle cose corporee. Le prime due tesi sono di carattere religioso e di schietta derivazione orientale. La terza è propriamente filosofica ed è, senz’altro, di derivazione agostiniana (S. Agostino) e dell’agostinismo medievale. Il “Neoalluminismo” accetta le tre tesi, sia dal punto di vista estetico che religioso, trascendente. Si dirà che tutta l’arte visiva vive di luce, anche tradotta nei suoi cromatismi impressionistici o astratti. Il più delle volte, però, essa, pur essendo tentata di considerare la luce come un mistero insondabile e “divino”, sosta al di qua del mistero. Altra cosa è non solo accarezzare tale luce, ma immergervisi e farsene illuminare nel profondo. Qualcosa del genere intuì Cartesio, nel suo V Discorso, dove tenta di costruire una metafisica, descrivendo il mondo dal punto di vista della luce. 1 “Come i pittori non potendo rappresentare nel quadro tutte le diverse facce di un corpo (cercò in seguito di farlo Picasso …), ne scelgono una delle principali, che mettono verso la luce, e situando in ombra le altre le fanno apparire solo quel tanto che si può vederle; così -soggiunse Cartesio- temendo di non poter mettere nel mio discorso tutto ciò che avevo nel pensiero, progettai di esporre molto ampiamente soltanto ciò che pensavo della luce”. In fondo è quel che accade con l’esposizione dei pannelli d’alluminio, con la tecnica della “Fusione Ottica”. La luce dei faretti viene orientata tenendo conto delle nervature delle figure rappresentate tramite “spuliture” con renelle biologiche. Vi è una specie di fusione tra figura e luce, un “matrimonio mistico” che dà vita ad immagini in bassorilievo ondeggianti nello spazio infinito, in una sorta di “lago di alluminio” reso incandescente dalla luce. A pensarci bene, la funzione della luce è anzitutto interiore e solo di riflesso esteriore. Essa ci consente, con l’ausilio delle ombre, di gerarchizzare e selezionare immagini e profili, di giungere alla sintesi e all’analisi di forme e di figure, di esprimere interiorità, stati d’animo, caratteri, prospettive e suggestioni. La luce diventa, cioè, segno di unità e di bellezza che, a sua volta, sì “sposa” con la luce, poiché da essa il visibile prende significato. La luce esteriore ed interiore sono così metafora che indica il ricongiungersi delle cose in unità ed il significarsi delle medesime nell’unità trascendente. La luce è, perciò, la condizione previa per la contemplazione di ciò che è bello. Quanto il Pontefice Paolo VI disse ad un gruppo di artisti è accettato in pieno dal “Neoalluminismo”. “Non vi auguriamo di giungere ai traguardi luminosi dello spirito e di non lasciarvi mai prendere dalle mode effimere, dalla tirannia dei sensi, dall’opacità del gregarismo, anzi di aiutare gli altri, con lo strumento dell’arte, a nobilitarsi, ad elevarsi, a diventare più uomini”. Pur nella sua brevità, il messaggio di Paolo VI agli artisti costituisce la parte portante degli scopi del “Neoalluminismo”. L’impegno a crescere nel corpo e nello spirito, la lealtà e la serietà come artisti e come cittadini; il rifiuto di ogni gregarismo utile e di maniera. In fondo, immergersi nella luce può significare anche avere chiarezza di forma e di contenuti; non solo stupire ma elevare. Significa, altresì, superare l’immobilità delle forme in un saggio dinamismo, evitare la pura esotericità dei simboli, orientandosi per una limpida trasparenza ed anche il superamento di istanze immanenti per la ricerca del sublime della vera arte. Tutto ciò spinge il “Neoalluminismo” ad escludere ogni atteggiamento sciatto, prediligendo semplicità ed essenzialità delle forme. E dalla predilezione per la luce discende per il Movimento neoalluminista lo sforzo continuo entro ogni impegno stilistico e nevrotico, contro ogni ricercatezza accademica, contro un esibizionismo irrazionale e narcisistico. Per contro, ci si orienta per una creatività composta, per una sincera e sana vitalità, libertà e purezza espressiva. Questo e altro sta a fondamento etico e artistico di ogni vero servitore dell’umanità del suo tempo e dei tempi avvenire. E’ scontato, perciò, che tale interiorizzazione della luce supponga una gradazione ed una gerarchizzazione di fini. E come una rappresentazione icastica richiede luci e ombre per essere vista integralmente, così l’impegno civile e culturale esige valori primari e valori subordinati anche se coordinati.

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