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Presentazione del “Neo-Alluminismo di Luciano Bichi” di Marco Bussagli, ordinario di Storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Roma per il libro di Thorel
Perché Neo-Alluminismo? In francese enluminer vuol dire “miniare”, così come in inglese “to illuminato”assume il medesimo significato, anche se il verbo della lingua di Shakespeare può voler dire pure “illuminare, rendere luminoso”.
In entrambi i casi, il termine racchiude in sé il senso di “portare luce la dove è buio”. La radice delle due parole, infatti, è quella latina di lumen. Anche in italiano “alluminare”è sinonimo di “miniare”, come se il dipingere portasse luce sul largo foglio di pergamena altrimenti abbuiato dal nero dell’inchiostro delle lettere del testo.
Bene perciò ha fatto Giampaolo Thorel a parlare di “alluminismo “. Ma perché neo? In realtà, tutta la pittura è “alluminista”, non soltanto la miniatura. Le figure d’uri e i buoi che campeggiavano agli albori dell’umanità sulle grotte di Lascauk, oppure le grandi svecchiature dipinte nella cappella Brancacci a Firenze, dovute alla mano di Masolino e Masaccio o, la lunga galleria di Fontainebleau affrescata dai manieristi fiorentini, sono tutti luoghi nei quali la pittura ha portato la luce nel racconto, della leggenda o del mito.
L’arte ha reso viva la sorda parete che la ospitava. Si sono allora aperti spazi infiniti, paesaggi, rappresentate scene, vedute, divinità e la materia del muro si è dissolta dinanzi alla “luce” della creatività.
Quando, però, s’inventa una tecnica completamente nuova che, sì, rimane pittura ma che poi pittura non è, allora è perfettamente giustificato parlare di “Neo-Alluminismo”.
Con Luciano Bichi la pittura è giunta ad un punto cruciale.
E’, infatti, l’artista che ha raccolto per le strade e nello sguardo la storia artistica di una lontana tradizione, quella di Simone che “pittore sapeva ben essere pure miniatore”, reinventando il modo di dipingere. Potrà piacere o no, potrà essere più o meno vicino alle corde di ciascuno, ma è innegabile che la pittura di Luciano Bichi su fogli d’alluminio lucente è l’evoluzione linguistica, metaforica e artistica dell’”alluminare di Simone Martini” e di tutti coloro che, con il dipingere, hanno “portato luce” sull’opacità della materia.
Nel libro di Thorel (che deve essere stampato) che ho il piacere di presentare c’è la tremula descrizione della scoperta dell’artista. Una scoperta, come spesso accade, avvenuta per caso quando non si sa come né perché, Bichi si trova a sfregare una lastra d’alluminio con una pelle di daino. I suoi occhi dovettero riempirsi di meraviglia quando si accorse che questo sfregare non solo lasciava delle tracce, ma che queste potevano ben essere guidate e indirizzate per creare la “luce delle immagini”.
Bichi si dette allora a perfezionare la tecnica e nacque così il “Neo-Alluminismo”. Adesso le opere di Bichi hanno la profondità, il volume e la compattezza delle figure monumentali pur mantenendo quell’evanescenza e quel lucore che dipendono dall’impiego di materiali moderni come l’alluminio e antichi come la pelle di daino. Si potrebbe quasi dire, seguendo il nostro ideale percorso, che la forza primitiva del daino (che rammenta i riti delle grotte di Lascaux o d’Altamira) si è sposata felicemente all’alluminio con il quale si costruiscono aerei, automobili, navi e, in parte, navette spaziali: ovverosia quegli oggetti che hanno caratterizzato il secolo breve.
Va da sé, però, che la semplice scoperta di una tecnica, per quanto complicata (cui è stato attribuito il nome pseudo- scientifico di “Fusione-Ottica”) non potesse avere altro che una portata tecnica. Luciano Bichi, invece, ha colto l’occasione per tentare un ripensamento del ruolo dell’arte come cordone di riferimento per una società che non di rado sbanda fra un eccesso e l’altro, tormentata com’è dalle contraddizioni che vive quotidianamente.
Il “Neo-Alluminismo” si propone di costruire un momento di pausa e di riflessione in un mondo che si muove sempre più freneticamente, e che non di rado, perciò, ha perso la visione delle cose. Quella che il “Neo- Alluminismo” vuol restituire: non più solo guardare ma vedere.
Prof. Marco Bussagli.
Linee-guida del mio pensiero in Fisica
Caro Maestro, come lei sa il tipo di opera che da tempo sta perseguendo trova il mio interesse e anche la mia curiosità per gli sviluppi che essa può suggerire. Io credo che oggi l’artista si trovi a fare una scelta decisiva, senza alcuna possibilità di ambiguità. Abbiamo avuto per molti anni il dominio di un espressività che sottolineava l’assenza di un significato, la dissoluzione della simbolicità. La perdita (o la denuncia dell’impossibilità) di qualsiasi relazione comunicativa intersoggettiva. E’ stata l’arte che ha dominato il nostro novecento. Ora, con sempre maggiore coraggio, si fa avanti un altro modello di espressività che cerca di accantonare il nichilismo dell’arte che ci ha dominato, frastornato annoiato. Perché una cosa sono stati gli sperimentalismi delle grandi avanguardie del primo novecento, altra cosa sono stati i manierismi che hanno continuato senza vitalità e fantasia gli originali sperimentalismi linguistici.
Lei con determinazione, perseveranza, ingegno ha combattuto quell’infausto nichilismo: la sua pittura vibra d’ironia, di desiderio comunicativo, di voglia di raccontare. Ha la perfetta consapevolezza che ritornare a ricamare sui vecchi sperimentalismi non ha alcun senso, se non quello di vivere di rendita (estetica) e di potersi agevolmente difendere (certo non è poco) da critici cosiddetti modernisti.
Ma c’e un’altra cosa che mi piace sottolineare. Bichi ha avuto il coraggio di proporre un manifesto, ossia d’impegnarsi in un movimento artistico. Forse qui ho qualche responsabilità (che ovviamente mi assumo molto volentieri). So quanto lei Bichi abbia apprezzato il mio libro l’Artista Armato, apprezzato veramente al punto di di trovare stimoli estetici che l’anno portata a compiere alcune scelte.. Un manifesto, un movimento sono oggi rischiosissimi perché espongono l’artista a una dichiarazione di poetica incontrovertibile: L’artista si manifesta. Tale chiarezza in tempi come i nostri in cui prevale il nomadismo artistico e intellettuale è non solo un atto di coraggio , ma di consapevolezza estetica.
Dunque, caro maestro Bichi, le faccio i miei migliori auguri e mi consideri vicino a lei e ai suoi amici.
Cordialmente
Stefano Zecchi
L’ESTETICA GLOBALE E IL NEOALLUMINISMO DI LUCIANO BICHI
Un tempo, l’insegnamento della conoscenza non era suddiviso in tre ambiti distinti, in tre rami separati, come ora: l’università per la conoscenza scientifica, le accademie per l’arte e le chiese per la religione, tutto era riunito in un unità. Quest’insegnamento, andato perduto, si chiamava “arte iniziatica”. Colui che riusciva a superare le “prove”, per venire introdotto a sperimentare i misteri dell’nizio, (iniziazione) diveniva un essere capace di collegarsi con la scaturigine del mondo stesso: il Logos. Qualsiasi pensiero, sentimento o azione egli facesse era allineato con la logica divina. Faceva fluire sulla Terra impulsi evolutivi, capaci d’innalzare il livello morale dell’umanità. Accadde però che tutto questo dovesse necessariamente finire. L’uomo non poteva più farsi ispirare dagli Dèi gli impulsi morali, ma doveva arrivare da se stesso a riconoscerli e ad identificarsi con loro attraverso la sua libertà. Era finito il tempo della grazia, della visione, della rivelazione: arrivava il tempo dell’isolamento. I genitori divini lo abbandonarono, affinchè da bambino cresciuto e da solo, facesse le esperienze della responsabilità e della libertà. Un velo fu posto fra il mondo sensibile e quello invisibile: un velo che è divenuto una lastra d’alluminio di Luciano Bichi. Attraverso questa forma argentea, che riluce riflessi lunari, parla il Dio che al tempo degli ebrei (l’antico Javhè o Geova) ispirava Mosè, Abramo e Giacobbe. Ma il Bichi, vivente al tempo moderno, non ode quella Voce antica, ma Quella che 2000 anni venne a dimorare fra noi: il Logos. Il Bichi usa la base lunare riflettente sostanza di Javhè, per irraggiarvi la luce che prorompe dal suo cuore, la sede che il Logos si è scelto qui sulla Terra. Riflette luce solare verso la luna, affinchè ritornando sulla terra, da tale incontro possa illuminare e risorgere la coscienza morale dell’uomo. Ma si noti bene: egli non effonde volontà divina inconsapevolmente come un medium, ma la umanizza. La rende calda e piena di passione come lo fu nel Cristo nel momento dell’agonia nel Getsemani. Anche se egli si definisce uno “strumento” del Logos, nell’atto del creare egli esce da se stesso, per “abitare” l’ssere del Logos; da questa fusione, fra Logos e uomo, nasce la fusione ottica. Non è quindi solo il Logos a parlare attraverso di lui, ma è l’uomo Bichi-Logos a farlo. Dall’incontro fra spirito umano e spirito Divino viene proiettata una forma, che si sostanzia in un immagine visibile: in tal modo è lecito parlare di “fusione ottica”. Nel libro di Giampaolo Thorel, Luciano Bichi viene presentato come quell’essere che tende a voler ripristinare, attraverso la sua associazione “Alluminismo” antica arte iniziatica in forma moderna, della quale si è parlato all’inizio di questa prefazione. Scienza, arte e religione devono confluire in unica cosa, se si vuole impedire che la missione umana della Terra non debba fallire. Ciò deve però avvenire in una forma nuova, che non può essere una ripetizione dell’antico; una forma che parta dalla contemplazione delle opere di Bichi. Dall’osservazione, dalla meditazione operata sulle forme di luce deve accadere che per forza propria, l’anima dell’uomo possa da se stessa trovare le forze per “;accendersi”, per illuminarsi. Non vi è alcuna possibilità di poter giungere alla risoluzione delle controversie scientifiche, estetiche, filosofiche o religiose fino a che si userà la sola facoltà intelettiva o emozionale. Si deve mettere in moto la volontà umana. Attraverso una seria attività di dedizione verso la ricerca del bello, del vero e del giusto (che può attuarsi solo con sacrificio della propria egoità contingente) ci si potrà rivolgere ad assurgere alla conoscenza della verità oggettiva. Quella ricerca che è l’ideale del Bichi. Tutto ciò che oggi si definisce scentismo, astronomia, arte e teologia è astrazione, rispetto ciò che anima Bichi. La scienza odierna è agnostica. L’agnosticismo ritiene che la mente umana non possa assurgere alla risoluzione dei massimi misteri, pone quindi dei limiti di conoscenza all’essere umano. Ad essa non interessa ciò che non si vede, ma solo ciò che è misurabile, osservabile e ripetibile. Non che essa neghi le cause ultrafisiche, ma non potendo percepirle le esclude, relegandole come in un ambito che non le compete. In poche parole essa non vuole prendere in considerazione la realtà dello Spirito non perchè non vuole, ma perchè non può: afferma che la mente fisica non è in grado di raggiungerlo o penetrarlo. L’arte odierna è a cosmica. Ciò che in tempi antichi veniva sperimentato come unione con la bellezza delle entità di tutto il cosmo, è divenuta sola riproduzione di forme esteriori. Non potendo più sperimentare in modo vivo e reale lo Spirito cosmico in sé, lo si riproduce trasponendolo in imitazione tramite strumenti musicali, quadri, forme scultoree, colori che rievochino in modo morto, quelle esperienze che una volta invece venivano vissute come vivente percezione diretta. L’antico sentiva la musica delle sfere; percepiva direttamente le entità del suono creatore, gli esseri pensiero che apparivano in forme multicolori e in forme meravigliose. L’;arte suscita ancora emozioni, ma non più in modo diretto e vivente: non si incontra più l’;angelo del violetto o l’angelo del re minore, ma se ne ode o se ne vede solo l’;ombra rieccheggiante. La religione d’oggi è ateistica. La religione è divenuta solo una questione interiore dell’anima.Ogni contenuto o conoscenza veggente del passato nella quale è andata perduta la conoscenza stessa, tramutatasi in assiomi, regole e dogmi. Ogni fede è reminescenza di un antico contenuto di conoscenza veggente, promanante dall’esperienza intuitiva dell’io che fu degli antichi. Ogni teologia è divenuta sempre più una specie di teologia storica, nella quale si accolgono solo antiche idee sul regno divino ricavate dalla saggezza di veggenti, profeti. Non vi è esperienza, ma conoscenza acquisita a mezzo di terzi. Ciò che una volta veniva vissuto come un’unione piena con il divino che compentra il tutto, è divenuta una speranza di potersi unire nel buio della propria anima con un Dio personale, che buono e compassionevole scusa per ogni malefatta, che aiuta ad autoaffermarsi, sopratutto diverso da quello della bibbia e da quello degli altri. Si è capovolto il comandamento: “Non avrai altro dio all’infuori di te”. Osservando le creazioni e meditando sulla concezione Neoalluminista di Luciano Bichi, il Thorel sembra voler affermare: solo l’iniziato è in realtà il vero artista; colui che riesce a riassumere la triade ateismo, acosmismo e agnosticismo in un atto singolo. Ricongiunge (re-ligo) ciò che è stato separato. Riunisce tre arti, tre organi che smembrati come avvenne nella leggenda d’Osiride, da parti cadaveriche, ciò verrà ricongiunto, finiranno le pene, i dolori e le sofferenze sulla Terra. L’;uomo capirà che in realtà egli non fu mai stato separato da Dio e dal mondo, ma che sempre n’era congiunto. Soltanto che solo allora lo saprà, e solo allora potrà godere della gloria di ciò che significhi essere un figlio di Dio.
Tiziano Bellucci